L’assegno di mantenimento

La legge sull’affido condiviso ha fissato i criteri oggettivi che il Giudice dovrebbe utilizzare per calcolare, nelle cause di separazione e divorzio, l’assegno di mantenimento per i figli. Ma i giudici continuano a regolarsi ognuno secondo il proprio personale potere discrezionale. Perchè la nuova legge non ha funzionato? Da un lato, non ha potuto e forse non può eliminare i contrapposti preconcetti che animano i padri e le madri in fase di separazione: i primi continuano a non capire che i costi di un figlio non si limitano “al mangiare”, bensì comprendono tutto il necessario a confermare l’organizzazione domestica stabile che gli stessi genitori avevano stabilito per lui quando vivevano assieme; d’altra parte le madri non riescono a capire che la separazione non raddoppia la disponibilità economica, ma la dimezza. Dunque, il tenore di vita non può mutare all’improvviso e neppure restare identico. Purtroppo, poi, molti Giudici riducono i criteri dell’art. 155 cod. civ. a mere clausole di stile, le disattendono come fanno anche per altri principi introdotti dalla legge: alla fine l’ammontare concreto dell’assegno finisce per essere l’espressione delle convinzioni personali, etiche e politiche del magistrato, invece che l’applicazione della legge. Né la situazione potrebbe migliorare con l’introduzione, auspicata da più parti, di modelli matematici o di software che determinano l’assegno di mantenimento in funzione di precisi e variegati calcoli. La figura del giudice-computer non si addice a un paese come il nostro, in cui l’evasione fiscale raggiunge livelli record e i calcoli sarebbero viziati in partenza. E’ necessario poi ricordare che, a trentatré anni dalla riforma del diritto di famiglia, ci sono i figli naturali ancora discriminati rispetto ai figli legittimi. I figli di genitori sposati, infatti, possono contare quantomeno su regole processuali certe: il loro caso verrà deciso, prima in via provvisoria e poi in via definitiva, da un magistrato del Tribunale ordinario che emetterà la sua decisione sul mantenimento (ancorché provvisoria) entro 90/120 giorni dal deposito della richiesta. Quella decisione, se non soddisfacente, potrà essere rivista dalla Corte d’Appello e, se non rispettata, potrà dar luogo all’applicazione di severe sanzioni (pignoramenti o sanzioni penali). I figli di genitori non sposati, invece, non hanno nulla di tutto di ciò. Per loro decide un Tribunale speciale – il Tribunale per i minorenni – creato ai tempi del fascismo e formato da un insieme di magistrati togati e di giudici onorari (spesso con scarsa o nulla preparazione giuridica). Un Tribunale speciale che rifiuta sistematicamente l’applicazione delle regole stabilite per i Tribunali ordinari e che, frequentemente, lascia per due o tre anni un bambino senza assegno di mantenimento. E poi anche quando, dopo anni, si giunge a una decisione, ecco che alcuni di questi Tribunali speciali rifiutano di apporvi la cosiddetta “formula esecutiva”: così la sentenza può tranquillamente non essere rispettata. Senza la formula, infatti, non sarà possibile agire coattivamente per il pagamento dell’assegno: niente precetti, niente pignoramenti. Ed è evidente che un comando senza sanzione non è un comando, almeno in senso giuridico. Alcune Corti d’Appello, per di più, sostengono che i provvedimenti provvisori dei Tribunali speciali (nei pochi casi in cui sono emessi) non sono impugnabili: i figli legittimi, in sostanza, hanno diritto a due gradi di giudizio. Quelli naturali no. Il quadro è sconfortante e frustrante. Continuiamo a essere spettatori passivi di atti discriminatori verso bambini privati della benché minima forma di tutela, mentre siamo ubriacati da dichiarazioni – di politici, operatori, associazioni – che dicono di battersi per la tutela dell’infanzia con progetti reboanti ma poco incisivi. E’ inutile battersi per nuove leggi se prima non viene creata una struttura seria che le applichi, con efficienza e senza discriminazioni. Con magistrati competenti e di esperienza specifica. La soluzione è quella da tempo promessa, sperata, voluta, ma mai realizzata: la creazione del Tribunale della famiglia, nel quale giudici specializzati (e svincolati dall’obbligo di dover abbandonare il loro incarico dopo 10 anni) agiscano in funzione di poche regole ma certe, nel rigoroso rispetto del diritto del contraddittorio e della diversità di ogni caso umano. E nel rispetto del diritto a vivere e a ricominciare. Lo stallo e gli errori giudiziari fanno più danno dei genitori incapaci. Chi decide, quando si decide a farlo, dimentica che i nostri figli saranno domani i nostri medici curanti, gli ingegneri costruttori delle nostre case, i politici amministratori della cosa pubblica: non possono crescere nella consapevolezza che le regole sono inutili perchè nessuno le sa e le fa rispettare. ,Annamaria Bernardini de Pace ,Alessandro Simeone

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