Dal casco ai ceffoni gli schiavi dei divieti

Fare bene i genitori è certamente l’attività, quotidiana e senza fine, più difficile del mondo. Ed è anche il compito che tutti svolgono, quasi tutti però senza avere prima studiato. Ci si affida all’istinto (?), ai suggerimenti degli amici, del pediatra, dei nonni. Raramente si conoscono per tempo gli aspetti giuridici e psicopedagogici che qualificano il comportamento genitoriale e il riflesso sulla formazione dei figli. Quasi tutti i genitori che hanno avuto il figlio desiderato, dichiarano apertamente l’obiettivo, generico e altissimo, della loro felicità. Non sempre però lo perseguono, spesso anzi si scontrano con la realtà del figlio visibile, diverso da quello immaginario coltivato nelle loro teste. Per avere il sei politico, basterebbe che i genitori rispettassero i doveri che la Costituzione assegna al loro ruolo: mantenere, istruire ed educare i figli seguendo le loro capacità e aspirazioni. Tuttavia ci sono troppi genitori che, invece, non fanno niente di tutto questo, se non apparentemente, e trascurano, maltrattano, abbandonano i figli. Se non li uccidono. Tra questi e quelli, ci sono i genitori più numerosi, una parte dei quali merita molto di più del sei politico e altri si avvicinano alla sufficienza. Hanno attenzione per i figli, per le loro peculiarità, sono affettuosi o no, ma presenti, fanno tante cose in più di quelle previste dalla legge a favore loro e li amano, li proteggono, li rispettano. A volte, sono travolti però dagli eventi, dalla stanchezza, perdono la pazienza e magari si lasciano scappare qualche ceffone. Direte “beh, che c’è di male? tutti siamo cresciuti a ceffoni”. Eh, no. La Cassazione, molto prima dei divieti specifici che vorrebbe imporre il Parlamento Europeo a tutti gli Stati Comunitari, ha già deciso (Cassaz. Pen. Sez. V° 18.01.10 n. 2100), confermando la decisione della Corte di Appello di Bologna, che, anche un solo schiaffo, integra il reato ex art. 571 c.p., senza che vi sia la necessità di più ripetizioni. Già nel 2006, sempre la sezione V° penale, aveva decretato che gli schiaffi ai figli non possono avere un fine educativo se creano sensazioni dolorose ai bambini. Ancora prima, nel 2000, aveva sottolineato la rilevanza penale delle sberle, tanto da meritare, il colpevole, la reclusione. Nella specie, il ragazzo aveva rubato i soldi alla madre, aveva negato il fatto ed era stato punito con un sonore ceffone dal padre che aveva scoperto la verità. Secondo la Corte, questa reazione non ha “positiva valenza educativa” e integra il reato di abuso di mezzi di correzione o di disciplina. E’ procedibile d’ufficio: cioè se un bimbo scrive nel tema “…allora, mia madre arrabbiata mi ha dato una pacca sul sedere”, la maestra può denunciare il fatto all’autorità, che ha l’obbligo di iscrivere la madre sul registro degli indagati, aprire l’istruttoria ed eventualmente rinviarla a giudizio. Rischiando fino a sei mesi di carcere. In Svezia, dove fin dal 1979 vige il divieto delle punizioni corporali dei genitori sui figli, un gruppo di genitori protestanti ha proposto ricorso alla Commissione Europea dei diritti dell’uomo nel 1982, sostenendo che questo divieto costituisce una violazione del diritto alla libertà della vita familiare e di religione. In seguito la Corte Europea ha stabilito che la punizione corporale non è mai un “giusto castigo”. Di fatto, l’articolo 19 della Convenzione sui diritti dell’infanzia stabilisce che tutti gli Stati devono tutelare i bambini. E qui si chiude il cerchio. Certo, è abominevole giustificare la violenza o tollerare ripetute percosse come “giusta punizione” o “legittime correzioni” o con l’alibi della disciplina o dell’educazione in genere. Ma, di sicuro, non sarebbe un risultato positivo per i bambini essere coinvolti in procedimenti giudiziari, o sentirsi prima o poi colpevoli di avere mandato in galera i genitori (a questo punto tantissimi). Dunque, bisognerebbe imparare a sapere come fare i genitori, come reagire nelle situazioni più diverse, anche al di qua del limite insuperabile della violenza. Che c’è o non c’è: non può essere definita da una generica asticella giuridica, manovrata da giudici più o meno attenti. Il confine tra la sculacciata e il maltrattamento, peraltro, ormai è labile: se per la prima si rischiano 6 mesi, per il secondo si possono rischiare, nei casi più gravi, anche quindici anni. Forse è giusto così, perché lo schiaffo a un bimbo di per sé è umiliante, segnale di violenza che si perpetua nelle generazioni, provoca risentimento, può sembrare ai figli un tradimento dell’amore e della protezione. La sistematica ripetizione provoca enormi cicatrici emotive, sempre pronte a riaprirsi. Ma che dire allora di quei genitori che non sculacciano, ma ricattano e minacciano? “Ti taglio le mani se tocchi la torta”, “ti cucio la bocca se dici una parolaccia”. Queste parole, da alcuni genitori sempre ripetute come mantra, sono traumi e violenza psicologica spesso molto più grave e risonante di uno, due o tre ceffoni. Eppure sulle parole nessuno si sogna di imporre divieti

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