Troppo bella: licenziata in tronco

Madame De Stael ha scritto che avrebbe voluto rinunciare a metà della sua intelligenza, in cambio di metà della bellezza di un’amica. Probabilmente Debrahlee Lorenzana oggi farebbe la stessa cosa, al contrario, pur di riavere il posto di lavoro alla Citigroup, che sembra abbia perso proprio per la sua esagerata bellezza. Almeno così motiva il licenziamento inaspettato, tramite gli atti del suo legale che ha impugnato la decisione dell’azienda. Non so se è credibile l’allegazione della fascinosa portoricana: mi sembra piuttosto frutto della geniale linea difensiva dell’avvocato, probabilmente tramortito e insieme proficuamente eccitato dall’avvenenza della cliente. Tuttavia, se è tutto vero il racconto, lo scenario “psico-fisico” della Citigroup merita qualche riflessione. Primo: c’è ancora chi esclude che la donna bella possa, anche solo eccezionalmente, essere pure brava? Per di più in un mondo dove oramai la bellezza è culto e quindi obiettivo anche delle brutte che, con tenacia, punturine, laser, sudore e sangue, il più delle volte lo raggiungono. Secondo: è possibile escludere anche che un uomo bello sia pure bravo? Se così fosse, ci sarebbe allora l’imbarazzante discriminazione sessuale: non si capisce infatti perché una donna piacente dovrebbe distrarre gli uomini dal lavoro, mentre un uomo attraente non dovrebbe causare la stessa reazione nelle colleghe. Non credo che possa passare la tesi, per quanto non spericolata, che gli uomini si rimbambiscono più facilmente delle donne, all’apparire di un bell’esemplare del sesso opposto. Però, se così fosse, la questione si allargherebbe agli omosessuali maschi. E, dunque, da ogni ufficio – per una sorta di profilassi ormonale – dovrebbero sparire sia donne sia uomini particolarmente sexy. A parte la noia, per tutti, di dover lavorare in un luogo affollato da bruttini e bruttine, anche se produttivi, si proporrebbe un gravissimo problema di discriminazione estetica, propulsore di numerose class action contro la “kalos-fobia” (paura del bello) nei luoghi di lavoro. Peraltro in questo periodo storico e culturale (culturale?), nel quale ciascuno afferma sontuosamente qualsiasi proprio diritto e ciascuno è convinto della perfezione della propria “immagine”, non riesco a ipotizzare che piega – se non giudiziale – potrebbero prendere tutti i licenziamenti e anche i possibili dinieghi all’assunzione. E’ più facile, in sostanza, giustificare agli altri la disoccupazione con la scusa di eccessiva personale seduzione, invece di dover mestamente dichiarare la propria inidoneità. Purtroppo, se dobbiamo credere davvero a ciò che lamenta Debrahlee, c’è anche da dire che la bellezza fa disperare chi di bello non ha né il fisico né i pensieri. Cioè, come il potere, logora chi non ce l’ha. E ancor di più se tutti i giorni si è costretti a guardare – e subire – chi è bello e per di più bravo. Il mediocre neppure avvenente è portato istintivamente a disprezzare l’eccellenza altrui, perché consapevole della distanza per lui invalicabile: è ovvio che, con l’aiuto dell’invidia rosicante, cerchi in tutti i modi di abbattere ed eliminare un argomento di confronto che lo vede perdente. Per cui è anche possibile che in quegli uffici americani vi sia stato un mobbing, da parte del gruppo dei mediocri, per far scivolare la bella portoricana oltre l’uscio, con l’aiuto dei capi. Se l’avvocato di Debralhee in Tribunale non sarà distratto dalle prorompenti grazie della sua assistita e riuscirà a dimostrare rigorosamente l’ostracismo rancoroso dei colleghi, i capi della Citigroup potranno pentirsi e reintegrarla sul posto di lavoro: se non altro per sollecitare la sana competizione, sia estetica sia professionale, all’interno del luogo di lavoro. I belli, se bravi, funzionano sempre. Viceversa, ove l’avvocato esponesse malamente la sua arringa, perché stordito dalla tempesta ormonale portoricana, alla bellissima ed eccitante Debralhee non resterebbe che immigrare in Italia: qui le belle sanno sempre come cavarsela, “..in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi….”, come insegna la canzone.

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