L’anello al dito non fa la felicità (delle donne)

Le donne sposate, quanto meno tra ventiduemila persone nel mondo intervistate dai sociologi dell’università di Colonia, dichiarano di essere più felici delle non sposate. Pare infatti che la loro autostima sia nutrita e gratificata dal fatto di «averlo convinto» al grande passo; cosa che, a loro parere, non sono riuscite a fare le non sposate, conviventi o single. La coppia coniugata, dunque, sarebbe più felice, anche per il maggior grado di soddisfazione della donna. Se confrontiamo questo dato con quello delle separazioni, dal quale apprendiamo che la domanda è proposta nella percentuale del 76% dalle mogli, non possiamo che concludere giudicando la donna il motore di tutto. Del fare e del disfare. Del cantare e del suonare. Tuttavia, voglio raccontare di Renzo e Lidia, sposi da cinquantasei anni. Ieri era l’anniversario di nozze; a un’amica che faceva loro gli auguri e i complimenti per la resistenza della coppia, Lidia ha risposto: «Certo, ci sono i pro e i contro a restare insieme per tanto tempo. Ma il problema fondamentale è che “il contro” è lui, sempre quello, lo stesso per tutta la vita». Dunque, per ritornare allo studio dei sociologi di Colonia, e alle risposte, può sembrare che alle donne piaccia più l’idea del matrimonio che non il partner di per sé. E che, quindi, sia altrettanto gratificante decidere di separarsi, quando del partner non se ne può più. Salvo che si tratti di un fantastico e rarissimo Renzo. E di un’ironica, ma tenace, Lidia. È indubitabile che la considerazione del matrimonio sia significativamente cambiata negli ultimi trent’anni. In proporzione, peraltro, ai mutamenti giuridici, sociali e personali della donna. Che non ha più come unico e fondamentale obiettivo il matrimonio, perché raggiungimento dello status sociale e della sicurezza economica. Anzi. Le donne oggi sono molto motivate all’affermazione dell’«io», più che del «noi». Alla strutturazione diversificata della propria identità e dell’autonomia economica, più che all’idea della formazione di un presepe familiare. Al punto che molte donne privilegiano, spesso in zona Cesarini, più la maternità, anche con mezzi autonomi, che non la coppia. La coppia, invero, è il più serio problema dei nostri tempi. La famiglia ha dichiarato lo stato di crisi, proprio quando il sentimento è diventato la variabile dell’unione coniugale. I diritti, anche emotivi, del singolo ormai prevalgono sull’istituzione familiare e sui reciproci doveri. Hanno poco da essere contente quelle signore che si stimano per «averlo convinto»: non è una garanzia di felicità, perché dietro l’angolo c’è sempre, appostata e determinata, una donna più giovane, e più spregiudicata, che lo può convincere a lasciare la strada vecchia per la nuova. In realtà, più delle donne sposate e più delle conviventi, sembrano molto rilassate ed entusiaste le «sole», sia per scelta sia per destino. Condividere è bello, dicono, ma anche gravoso e condizionante. Se non sei in coppia non devi rendere conto; non è d’obbligo coinvolgere, chiedere e dare; non devi negoziare e non scendi a compromessi; hai diritto di cambiare programma, anche televisivo; puoi non parlare se non hai voglia e se hai voglia telefoni; non devi ridere alle barzellette patetiche; nessuno ti occupa il bagno; puoi russare serena senza subire il russare e le rimostranze dell’altro. C’è la libertà di avere una o cento storie, a debita distanza, e finché si è felici di coltivare quel sentimento. Non è vero che una scapola soffra la solitudine più di un’ammogliata: ci sono tante donne che aspettano il marito tutto il giorno, per cenare in silenzio e dormire da estranei. Ce ne sono altrettante che vivono la cosciente mortificazione del tradimento quotidiano. Altre ancora, fanno finta di non accorgersi che il creduto principe azzurro è un emerito idiota. C’è dunque da domandarsi come possano affermare di essere più felici delle non sposate, quelle donne del sondaggio tedesco. Forse, con la tipica solidarietà femminile, volevano provare l’ebbrezza di essere invidiate dalle loro simili «soltanto» conviventi. Forse erano da poco tornate dal viaggio di nozze; forse avevano ancora tra le mani la pistola fumante del convincimento; probabilmente l’idiota, il traditore, il depresso indossavano ancora l’abito azzurro del principe. Certamente erano in fase di rodaggio e non avevano fatto tutti i tagliandi del matrimonio, non potendosi così rendere conto dei costi gravosi dell’unione coniugale nel ventunesimo secolo. Un tempo nel quale uomini e donne, convinti di parlare la stessa lingua e di convivere sul medesimo piano di parità sociale, sono invece sempre più sconosciuti gli uni alle altre. Sempre più portati a coltivare obiettivi antitetici. Sempre meno disposti a mediare i rispettivi egoismi. Più insofferenti e meno curiosi dell’altro. Senza dubbio c’è molta responsabilità della donna, che ha rotto gli argini al fiume in piena del suo nuovo conquistato modo di essere. Ma, bisogna davvero dirlo, gli uomini non sono proprio capaci di nuotare.

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